Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, ma, allo stesso tempo si celebra l’introduzione del suffragio universale.
Con il decreto luogotenenziale del 10 marzo 1946 si sancisce, infatti, definitivamente il diritto di elettorato attivo e passivo delle donne italiane. Le elezioni amministrative del ’46, ma ancora di più il referendum e l’elezione dell’assemblea costituente del 2 giugno di 70 anni fa, segnano il definitivo ingresso delle donne italiane nella vita pubblica del Paese: con la nascita della repubblica si riconosce che il contributo delle donne è un elemento essenziale per lo sviluppo del paese intero e che il ruolo della donna non si limita alla vita domestica e familiare.
Dopo questo primo e fondamentale passo sono molti i traguardi che le donne italiane hanno raggiunto: dalla riforma del diritto di famiglia, alla legge 194, alle leggi sulla tutela delle lavoratrici, alle più recenti norme sulla parità salariale. Per questo è davvero importante ricordare il lavoro fatto dalle generazioni venute prima di noi che ci permettono di godere di diritti e libertà spesso ignoriamo.
Il nostro lavoro non è ancora finito. La parità sostanziale è ancora un traguardo da raggiungere nella sfera pubblica come in quella privata.
Le donne in politica sono ancora una minoranza, la parità salariale è un diritto sancito sulla carta ma non esiste ancora nella realtà, la legge sull’aborto è ancora oggi sottoposta a continui attacchi e la maternità è ancora un motivo di limitazione alla carriera lavorativa.
L’impegno dei Giovani Democratici rispetto all’avanzamento dei diritti delle giovani donne è iniziato con la loro fondazione, continuerà e si intensificherà nei prossimi mesi.

UN CAMMINO LUNGO UN SECOLO

Il percorso che ha portato l’Italia a riconoscere alle donne il diritto di voto è un cammino cominciato immediatamente dopo la costituzione del regno d’Italia e che termina, quasi un secolo dopo, con la nascita della Repubblica.
Benché in Italia il movimento suffragista non visse momenti intensi come quello inglese, al primo congresso nazionale delle donne italiane del 1908, fu approvato un ordine del giorno che chiedeva che alle donne fosse concesso il voto amministrativo e politico nella stessa misura in cui questo era concesso agli uomini, auspicando che fra le donne italiane si intensificassero la propaganda e la mobilitazione suffragista.
Dopo anni di rifiuti da parte dei governi del regno, e dopo la beffa del provvedimento del governo fascista che nel 1925, seppur con gravi limitazioni, ammise le donne al voto amministrativo salvo eliminare del tutto le elezioni amministrative l’anno successivo, il 30 gennaio 1945 il consiglio dei ministri si espresse favorevolmente all’estensione del diritto al voto alle donne.
Sulla decisione del governo influirono elementi diversi come la richiesta formulata al governo dal CLN, o l’analoga decisione presa dal CLN francese; ma soprattutto la campagna per il voto, condotta unitariamente da tutte le associazioni femminili.
Il 31 gennaio 1945 fu emanato il decreto legislativo n. 23 che conferiva il diritto di voto alle Italiane che avessero almeno 21 anni. Uniche escluse le prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione.
Nel provvedimento del 1945 fu però dimenticato un particolare certamente non secondario: l’eleggibilità delle donne. L’iter legislativo riguardante il voto delle donne si concluse quindi il 10 marzo 1946 con il decreto che conferì all’elettorato femminile anche il diritto di voto passivo.

LE AMMINISTRATIVE E IL REFERENDUM DEL 1946

Tra il marzo ed il giugno del ’46 vi furono duemila elette nei consigli comunali e ventuno1 nell’Assemblea Costituente, tra queste cinque fecero parte della “commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Costituzione: Maria Federici (DC), Angela Gotelli (Uomo Qualunque), Tina Merlin (PSI), Teresa Noce (PCI) e Nilde Jotti (PCI).
Alla votazione del 2 giugno 1946, per il Referendum istituzionale tra monarchia e repubblica e per le elezioni all’Assemblea costituente, la presenza delle elettrici fu altissima (12.998.131). Quelle elezioni rappresentarono il punto di svolta per l’ingresso delle donne italiane nella vita pubblica del paese.

LA COSTITUENTE

Il dibattito nell’Assemblea vide la partecipazione attiva delle donne elette. Esse videro prevalentemente l’assegnazione di temi particolari, come quelli della famiglia, dell’istruzione o della parità nel lavoro. In realtà le costituenti si occuparono anche di “diritto di proprietà”, di scuola, di formazione, di questioni economiche, ma con ruoli minori.
Alle donne furono affidati temi che si ritenevano più ‘femminili’, sui quali avrebbero avuto un maggior numero di argomenti e una preparazione più ampia rispetto agli uomini.
Su questi temi le ventuno costituenti, nonostante posizioni ideologiche e appartenenze politiche molto distanti, elaborarono mediazioni e giunsero a soluzioni condivise.
Tra i temi riservati all’elaborazione femminile, venne prestata attenzione particolare al tema della famiglia, punto di partenza per ricostruire il paese disunito e traumatizzato dagli orrori della guerra e del ventennio fascista.
Le competenze delle donne sul tema erano molto più complete ed esse possedevano una visione complessiva molto più precisa dei problemi in capo alle famiglie. Le costituenti si adoperarono per sostenere e difendere i diritti femminili, a partire dall’uguaglianza dei coniugi, e sostennero un duro dibattito opponendosi alla visione di coloro che vedevano nelle rigide gerarchie familiari, con al vertice il marito, un tassello irrinunciabile nella costituzione del nuovo assetto democratico.
Irrinunciabile per le costituenti fu il tema del lavoro, sul quale erano assolutamente necessari interventi drastici per la tutela dei diritti delle donne in ogni aspetto, dalla tutela della donna lavoratrice, alla parità salariale, all’accesso alle professioni.
Il testo della Costituzione che entrò in vigore il 1° gennaio 1948 documenta il lavoro e il grande contributo delle donne alla costruzione della nuova Italia. La costituzione italiana costituisce un gigantesco passo in avanti nel riconoscimento di diritti per quanto riguarda la condizione femminile con l’affermazione di principi di uguaglianza che venivano posti alla base dello sviluppo del Paese.

E ORA?

Oggi il lavoro da fare è ancora molto. A ogni conquista è quasi sempre seguita una reazione che tendeva a restaurare lo stato di cose precedenti.
Una cultura sessista che svilisce il ruolo della donna dentro e fuori le mura domestiche dilaga, prende forza, si fa strada in ogni ambito della società e pochi o nessuno sembrano considerarlo un problema.
Ogni volta che emerge il tema della disparità di genere sentiamo cori alzarsi al grido di “ci sono ben altri problemi”.
Come Giovani Democratici, in un anniversario importante come il 70° della Repubblica, sentiamo di dover ripartire dai valori che quel referendum portava con sé e, prima di tutto, dall’uguaglianza tra uomini e donne.
Se è vero, come crediamo, che il maschilismo e soprattutto il suoi effetti sociali siano tra principali problemi della vita sociale del nostro paese, allora è proprio dalla nostra generazione che può partire un moto di liberazione e di emancipazione capace di portarci alla reale uguaglianza tra i generi.
Questo lo dobbiamo fare nei piccoli gesti quotidiani e nelle istituzioni, nelle sezioni, nei luoghi di studio e di lavoro partendo dal presupposto che, tendenzialmente, ovunque si trovi una donna, questa subirà un sopruso o un’ingiustizia.
Non dimentichiamo le parole dei nostri maestri: “l’indice del progresso di una società si misura dal grado di emancipazione della donna.”