All’alba di oggi le paure dell’Europa e del mondo diventano delusione all’esito del voto con il quale il 51,8 per cento degli inglesi ha scelto di lasciare l’Unione europea.
Crolla la sterlina, segnando i minimi dal 1985. Precipitano le borse asiatiche. Si fa più concreto il rischio di una contrazione degli scambi e degli investimenti esteri, diviene verosimile l’ipotesi di un rallentamento nella crescita della produttività. In sede di G20 si è individuato nella Brexit uno dei fattori in grado di ribassare la crescita economica globale.
Ma ancor più gravi sono le conseguenze politiche: il messaggio lanciato al mondo e a noi stessi è di un’Unione europea fragile, di un progetto debole dal quale, come in un sistema a porte girevoli, si può decidere di uscire in qualsiasi momento, con il rischio di emulazione da parte di altri paesi euroscettici. La scelta folle del leave produce un’incidenza diretta sulle vite dei milioni di cittadini europei che si sono trasferiti nel Regno Unito e degli 1,3 milioni di britannici che vivono in un altro paese europeo.
Già nel 1975, tre anni dopo l’ingresso nella Comunità economica europea, il Regno Unito organizzava un referendum sulla permanenza nella CEE: il 67,2 per cento degli elettori britannici sceglieva l’appartenenza alla famiglia europea.

A 41 anni di distanza, l’isola d’Europa ha votato la Brexit.
In questo lungo tempo proprio il Regno Unito ha fortemente condizionato il percorso di integrazione europea.
Le istituzioni europee hanno subito l’influenza dello schema britannico di predominanza del potere economico sulla rappresentanza democratica. La burocrazia di Londra frena la crescita inglese così come la burocrazia di Bruxelles pesa sull’economia europea.
L’allargamento a est dell’Unione, la costruzione di un mercato unico improntato alle direttrici del liberismo, l’opposizione di clausole di esenzione nel senso di un’Europa a più velocità raccontano di una “britannizzazione” dell’Unione.
L’ascesa dei movimenti populisti attraversa l’Europa e ha prodotto, in Gran Bretagna, una campagna referendaria fondata sulla paura.
Al Regno Unito è mancato il coraggio di restare. Ma all’Europa è mancato il coraggio di immaginarsi federale, di avanzare decisa verso una politica fiscale unica e una politica comune sul diritto d’asilo e le frontiere.
All’effetto di un confronto interno più che europeo, il Primo ministro Cameron ha rassegnato le dimissioni. Londra, però, non può dimettersi dall’essere la capitale nella quale vive il maggior numero di stranieri europei. E noi non possiamo dimetterci dall’impegno di essere cittadini dell’Unione.
Nella convinzione che l’Unione Europea, anche in uno dei suoi momenti più bui, non sia destinata a tradire il sogno di un’integrazione politica, porteremo nel socialismo europeo la lotta per rendere l’Europa un luogo di giustizia e solidarietà, un modello di stato sociale prima che di progresso economico.
Il 64% dei giovani inglesi ha scelto di rimanere nell’Unione Europea. Abbiamo perso, ma esiste una generazione di europei nati insieme al Trattato di Maastricht dalla quale ripartire.
Ora tocca a noi lavorare al fine di porre le basi di una nuova Europa più politica e più coesa, fondata sui valori di pace, di giustizia e uguaglianza come immaginato nel manifesto di Ventotene.