Oggi è stato sgomberato il campo di Idomeni. I Giovani Democratici ci sono stati, un mese fa, cercando di dare una mano. Per questo motivo abbiamo deciso di riportarvi il diario dei compagni che sono partiti e una parte delle foto che hanno fatto. Istantanee di un’umanità ritrovata. (Cliccando qui, invece, potete vedere l’album completo.)

di Valeria Zampieri

Martedì 26 Aprile siamo partiti da Padova alle 6 di mattina con due furgoni carichi di viveri, di scatolette, di assorbenti e pannolini, di giochi, di vestiti, di latte in polvere. Una corsa fino Bari, da lì il traghetto, e poi – dopo una notte di navigazione – l’alba a Igoumenitsa. Una volta sbarcati, altri 350 chilometri da percorrere fino a Idomeni. Un viaggio, lungo, fatto con la sensazione di non essere soli. Da Padova a Idomeni, in viaggio, non eravamo solo in sette. Eravamo tutti. Tutte le persone che ci hanno aiutato, che hanno raccolto materiale, che hanno raccontato e condiviso quanto stavamo facendo: tutti erano con noi a Idomeni, in quel piccolo villaggio ai confini dell’Europa diventato simbolo, crocevia per l’Europa intera. È con questi pensieri ad affollare mente e cuore che siamo arrivati in tarda mattinata proprio lì, a Idomeni. L’ultimo miglio è stato difficile, costretti ad imboccare una stradina sterrata per evitare i vari punti di check-in posizionati dalla polizia greca. Ma era fatta. E siamo arrivati. Appena scesi dai furgoni quattro bambini ci sono corsi incontro per abbracciarci, ed è in quel momento che – davanti a noi – si è mostrata Idomeni: una distesa di tende, abitate da circa 13 mila persone, sopra un campo di terra battuta attraversato dai binari. Un accampamento diventato una città pulsante di vita: i bambini giocavano a calcio e facevano volare gli aquiloni, alcune donne vicino a noi cucinavano il pane su una piastra improvvisata. Abbiamo incontrato i volontari italiani di Hopeful Giving che ci stavano aspettando e insieme a loro abbiamo organizzato la nostra giornata.

E così ci siamo rimessi in strada, arrivando a Polykastro, un paese a pochi chilometri dal campo, dove abbiamo scaricato tutti i vestiti, sistemandoli in un magazzino gestito dalle Ong. Fatto questo, siamo ritornati al campo, caricando in furgone i vari volontari che abbiamo incontro lungo la strada: la maggior parte sono ragazzi, giovani provenienti da tutto il mondo, e questi volti così familiari, così “coetanei”, ci hanno trasmesso la sensazione quasi di un appuntamento programmato per tutta la nostra generazione, lì, ai confini dell’Europa, dove non c’è Unione, c’è solo il rimpallo degli egoismi nazionali.
Ma proprio qui, in questa frattura, sta forse il senso dell’impegno politico della nostra generazione. Il campo inizia in quelle ore a farsi conoscere, ci entra dentro con gli occhi e gli sguardi delle persone che lo popolano. Abbiamo fatto un giro delle tende, aspettando la sera per poter scaricare i furgoni in un magazzino che delle associazioni avevano costruito lì al campo. Avevamo cibo in scatola, pannolini e sapone, tutti generi di prima necessità. Siamo stati accolti, abbiamo bevuto tè nero ospitati dentro le tende, e cenato con del falafel preparato lì al campo.
Ovunque ci si giri si incrociano bambini, (il 60% della popolazione del campo è fatta di bambini), che chiedono di giocare, essere presi in braccio, fare la ruota. Dentro tende minuscole si trovano mondi, famiglie con 3, 4, 5 figli, tutte con una storia da raccontare. Famiglie scappate dalla guerra che vivono in questo pezzo di terreno lungo il filo spinato in un lenzuolo di terra battuta. Eppure rimane la meraviglia di una vita che continua, anche in un campo profughi dove gli adulti giocano a carte mentre i bambini fanno volare gli aquiloni, e intanto l’orizzonte ha la forma del filo spinato del confine, così vicino da toccarlo, e rimane lì a guardarci, vicinissimo che ci sembra strano toccarlo, e lì sembra entrarti nella carne quel “confine” tanto forte da bloccare la vita di migliaia di persone.

Dopo il tramonto a Idomeni la corrente elettrica è data solo da qualche generatore. Scende il buio, noi dormiamo in una pensione poco distante. Al mattino ci sveglia una pioggia battente, gli altri volontari ci avvisano che il campo cambia volto sotto la pioggia. Dobbiamo lasciare i furgoni all’ingresso ed entrare a piedi. La terra argillosa su cui sorge Idomeni, con poche gocce di pioggia, si è trasformata in una distesa di fango. Pochissime persone camminano, tutti stanno chiusi nelle tende oppure tentano di ripararle. Noi andiamo nel magazzino e iniziamo a dividere in sacchetti i materiali raccolti il giorno prima, tre sono le priorità: cibo, igiene e prodotti per bambini. Sotto una pioggia e un vento che decidono di non abbandonarci riempiamo i nostri zaini e iniziamo a distribuire tenda per tenda.

Tre cose ci colpiscono, e la prima è che queste persone hanno davvero bisogno di tutto, il semplice latte in polvere è un bene di lusso che va razionato tra le famiglie che ne hanno più bisogno. Stessa cosa vale per i pannolini: avere un pacco di pannolini della giusta misura, da consegnare in una tenda, in quel momento ci è parsa la cosa più importante del mondo.
Il secondo dramma è il fango: ovunque, tutto era bagnato, melmoso e scivoloso, non ci sono ripari in una distesa di tende, ma queste piccole case improvvisate si tenta di conservarle, ci si entra togliendosi le scarpe, cercando di lasciare il mondo fuori. E infine l’odore di Idomeni in quel giorno di pioggia. Sparsi per il campo c’erano fuochi improvvisati, si bruciavano scarpe rotte, gomme, plastica. L’odore di quei fuochi fa venire il mal di testa, e chi abita il campo sopra quei fuochi spesso ci cucina, e non ci sono alternative per scaldarsi, o asciugarsi.

Diamo gli ultimi giocattoli, partecipiamo ad un compleanno dove la torta è fatta di cartone, e sul cartone ci sono i desideri e i sogni di un bimbo di cinque anni: via dal sangue, via dalla guerra, verso l’Europa che è “senza pericoli, terra di pace”. Poi iniziano i saluti, lasciamo pieni di ammirazione e calore le persone conosciute in quei giorni e risaliamo sui nostri furgoni per correre sul confine Greco e prendere il traghetto e ritornare. Ma avremmo voluto restare lì, con quella bambina che voleva la nostra telecamera, e quella che si è messa in posa con i nostri occhiali da sole, e tutti questi piccoli protagonisti di un’umanità ferita, che ci regalavano la forza della relazione, dell’aiutare davvero qualcuno, la sensazione che – nel nostro piccolo – stavamo dentro un qualcosa in grado di fare la differenza.

E ora, che qualche giorno è passato, di una cosa restiamo sicuri: che a Idomeni torneremo, con altre amiche e amici. Lì, dove sembra essersi fermata l’umanità, forse possiamo poggiare davvero i piedi per rigenerare il senso dei nostri valori, della nostra umanità, del nostro agire.
Per cambiare davvero le cose.