Oggi ricorre l’anniversario delle elezioni europee che due anni fa hanno portato alla vittoria del Partito Popolare Europeo e all’elezione di Juncker alla presidenza della Commissione Europea.
In Italia, a quelle stesse elezioni, ci fu una netta affermazione del Partito Democratico con lo storico risultato del 40%.
A due anni da quella data, però, vediamo come l’Europa si trovi in una crisi senza precedenti, con molti paesi che tirano su muri che credevamo ormai un ricordo e con politiche restrittive mosse dalla paura di futuri risultati elettorali.

Quello che vediamo è un vuoto sia culturale che politico, tanto da destra quanto da sinistra e, in quel vuoto, va piano piano inserendosi l’idea che l’Europa sia un essere artificiale che non dovrebbe esistere.
Quanto avvenuto è, in realtà, il frutto di un fenomeno normale nella storia che non ci deve stupire ma, piuttosto, stimolarci a ripensare la nostra funzione.
Ci troviamo, infatti, di fronte alla crisi del paradigma di un’Europa a guida tedesca. Alle scorse elezioni il candidato Socialista, Martin Schulz, chiuse un accordo con i popolari europei: all’alleanza dei Socialisti e Democratici sarebbe andata la presidenza del Parlamento Europeo mentre i Popolari avrebbero avuto la presidenza della commissione. Questo accordo aveva una duplice funzione: innanzitutto quella di tenere una maggioranza solida in Europa e, dall’altra, quella di giustificare il medesimo accordo che avveniva in Germania tra CDU e SPD.
Il risultato, però, è stato opposto a quello sperato: invece che una maggior solidità, si è avuta più instabilità e una percezione di maggior inadeguatezza delle istituzioni europee. Questa inadeguatezza ha avuto riscontro nei risultati elettorali di tutti i partiti tradizionali in tutti i Paesi che sono andati al voto: lo abbiamo visto in Grecia con la scomparsa del Pasok, lo abbiamo visto in Spagna con l’ascesa di Podemos, in Francia con la crisi del PS e la vittoria della Le Pen e, proprio in questi giorni, in Austria con il crollo sia del SPÖ sia del ÖVP.

In tutta Europa abbiamo assistito a una radicalizzazione del voto con la crescita di partiti populisti sia di destra sia di sinistra. In tutto questo il Partito Socialista Europeo non solo non è stato in grado di proporsi come solutore della crisi dei partiti che lo compongono, ma, anzi, spesso è rimasto arroccato su posizioni di assoluta irrilevanza. Questa totale assenza di una linea è stata dettata dal fatto che anche i partiti socialisti hanno iniziato a ragionare, per motivi strettamente elettorali, in chiave nazionalista.

Il PSE si trova quindi davanti a un bivio: prendere una posizione chiara, andando a scontentare molti dei partiti che lo compongono o, come ha fatto, restare in silenzio dimostrando la propria natura di soggetto puramente formale. La stessa sorte è toccata ai Giovani Socialisti Europei che non sono riusciti a porsi come reale alternativa all’avanzata delle destre reazionarie e dei movimenti popultisti. Quello che è stato in grado di fare è qualche foto con il cartello “refugees welcome” e una serie di iniziative assolutamente autoreferenziali.

L’iniziativa politica, la messa in campo di strumenti in grado di muovere consenso e di andare a modificare la realtà, è mancata completamente, tanto al livello Europeo quanto al livello nazionale. In Italia l’iniziativa è stata appaltata al governo e i militanti hanno rinunciato a questa loro funzione accusando il governo di non essere in grado di muovere la macchina-Partito. È vero: mancano i momenti in cui la base possa fare proposte e lanciare idee, ma questo non giustifica la totale assenza di azione anche ai livelli territoriali.
Ma se la base stesse ferma perché impegnata a ragionare e a studiare il mondo il “danno” sarebbe minore. Purtroppo quasi da nessuna parte ci sono momenti di analisi della struttura del mondo: si analizzano i problemi delle singole tematiche come fossero monadi concettuali che nulla hanno a che fare con le altre.

Il Partito Democratico dovrebbe farsi promotore di una ristrutturazione radicale del Partito Socialista Europeo, della non-analisi che fa del mondo e dei suoi processi decisionali. A due anni da quelle elezioni vediamo come il paradigma di un’Europa a guida tedesca sia crollato, il bipolarismo sia superato e il sogno di una reale unione politica sia sfumato o, quantomeno, slittato di parecchi anni.

I Giovani Democratici, dall’altro lato, hanno il dovere di spingere per una ristrutturazione delle organizzazioni giovanili internazionali affinché queste non rappresentino solo uno strumento autoreferenziale di sostegno alle politiche inesistenti del PSE, ma diventino il motore di un riscatto generazionale a livello europeo.

Questa è la sfida che ci attende, questo è quel che resta di noi.