Muoiono di stenti, di caldo, di fatica, e soprattutto di ingiustizia.
Legati da una catena invisibile fatta di ricatti, maltrattamenti e violenze, la loro risorsa sono le mani, tese a raccogliere qualche frutto della terra o, forse, quello che resta della speranza di un futuro migliore.
Sono uomini e donne, italiani o immigrati, trasformati in macchine, chini ore ed ore sotto il sole, senza diritti, pagati due euro all’ora quando va bene, privati della dignità che solo il lavoro può dare.

Sembra di parlare delle Americhe coloniali o di un paese in via di sviluppo, ma non è così.

È l’Italia del 2016, dipinta con alcuni dei suoi colori più scuri e tristi e se fosse un quadro il titolo potrebbe essere “il caporalato” o “schiavitù moderna”.
Purtroppo non è un ricordo o il frutto dell’immaginazione, ma la condizione in cui oggi si trovano a dover vivere più di 400 mila persone: 25 euro al giorno, 10/12 ore di lavoro, è il sistema del caporalato, che crea opulenza e che macina decine di miliardi l’anno solo per pochissimi.

Ha ragione il ministro Martina quando, annunciando il primo passaggio al Senato del Disegno di Legge anti caporalato, sostiene che vada combattuto così come abbiamo combattuto la mafia.
Sì, perché il sistema è lo stesso: mafie agricole che controllano e organizzano il territorio, come feudatari usando i caporali come agenzie interinali, facendo il pieno su un camioncino di esseri umani da sfruttare nei lavori dei campi.
Dei 25/30 euro al giorno 5 sono la mancia per il trasporto e il “favore” del caporale, il resto, una miseria, è la remunerazione per 12 ore di lavoro.
Se ci si lamenta scatta la ritorsione:  addio casa, addio documenti, minacce e uso della forza.

Oggi il problema non è nemmeno più circoscritto al mezzogiorno, perché come la tecnologia efficienta il lavoro, così il caporalato efficienta solo il guadagno, eliminando costi, burocrazia, tutele diffondendo l’utilizzo del caporalato anche al centro e al nord.
Ma in questo fenomeno di tecnologico e funzionale non c’è niente, o almeno, non per un’economia sana, non per un paese evoluto in cui la schiavitù dovrebbe essere solo un ricordo tramandato dalla storia.

Oggi il paese fa il primo passo contro il precariato e lo sfruttamento, anche nel rispetto dell’ “articolo 1” della Costituzione su cui la nostra Repubblica poggia le sue basi e di cui noi Giovani Democratici facciamo postulato imprescindibile.

È l’inizio di un lungo percorso che oltre a mettere limiti e norme nuove deve occuparsi di semplificare un sistema intero dove le norme spesso si scontrano o non riescono a interagire reciprocamente.
Ma non basta, seguendo quanto detto dal Ministro Martina, l’obbiettivo su cui concentrare gli sforzi deve essere quello di creare un “certificato etico” per le aziende virtuose, cosicché ogni cittadino sia consapevole nella scelta e possa incidere nella direzione dell’intero sistema per abbattere le ingiustizie.
Così si educa a un consumo oculato e si premiano le aziende che non solo rispettano le regole ma valorizzano il lavoro rendendolo oltre che fattore produttivo, un valore aggiunto.

Non è di poca rilevanza all’interno del ddl, oltre al sistema di controlli, sanzioni e provvedimenti, il ruolo centrale affidato al terzo settore.

Le associazioni, insieme alle forze dell’ordine, svolgeranno un’azione di controllo e verifica dei fenomeni in questione, ricoprendo così un ruolo decisivo e cruciale nel coinvolgimento del cittadino.

Per questo, come Giovani Democratici, siamo lieti di questo primo passo e, in attesa del passaggio alla Camera, auspichiamo che questo Disegno di Legge possa fungere da slancio per la discussione dei problemi collegati.
Quello che però sentiamo di ribadire è che la sinistra è tale se, come diceva Berlinguer,  si pone in favore di tutte le libertà meno una: quella di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.