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Ieri a Terni, la città dell’acciaio nel cuore verde d’Italia, in trentamila al corteo sindacale contro i tagli alla fabbrica AST Acciai Speciali Terni, ThyssenKrupp.

Questa dell’AST è una brutta storia: c’è di mezzo un’insensata normativa europea antitrust che ha costretto la compravendita e un doppio passaggio di proprietà in due anni; una grande multinazionale player mondiale col titolo di borsa in crisi da quasi un mese; una città che produce acciaio da 130 anni, che non vuole piegarsi al ricatto né alla rassegnazione.
Il piano di risanamento è duro: oltre 550 licenziamenti, lo spegnimento di un forno su due, la diminuzione degli stipendi del 10%, il declassamento dei dirigenti. Nessun tipo di investimento previsto, danni incalcolabili per tutto l’indotto.
Per l’AST, il rischio è di venire indebolita da questo piano di tagli e disinvestimenti, svenduta intera o smembrata, privata dei suoi migliori impianti.

Da qui comincia la lotta. Fino a ieri, venerdì 17 ottobre, quando tutta la città si è fermata.
Al TG 1 delle venti sono tornati in primo piano gli operai, 35 anni l’età media, le loro famiglie, gli enti locali, gli studenti. C’erano pure le badanti ucraine e rumene. La realtà si è ripresa la scena. Per una volta, prima di William e Kate, nel ronzio della tv si è raccontata l’Italia come vive dentro la crisi. Come non si arrende.

La città combatte contro il tempo, sono già state inviate le lettere di mobilità e tra poco più di due mesi partiranno quelle di licenziamento, si combatte in uno campo irregolare, contro una grande multinazionale leader mondiale nella produzione dell’acciaio. Davide contro Golia. La storia spesso riserva sorprese e talvolta è il gigante a perdere.
Insensata, pericolosa, è la proposta del commissariamento: Terni non è Taranto e lo stabilimento una volta chiuso rischia di non aprire mai più. Alla Merloni ne sanno qualcosa. Serve una soluzione imprenditoriale, non la decisione di un giudice. Irreale è la proposta della nazionalizzazione: AST deve stare dentro un circuito di produzione continentale, rischia di morire se costretta a agire su un piano nazionale.
Bisogna impegnarsi per trovare un acquirente di primo piano, che garantisca l’occupazione e gli investimenti in ricerca e innovazione. Questo è il compito del Governo a guida PD: un’azione politica, anche di politica estera e di rapporto tra i paesi, per agevolare la trattativa.

Ieri eravamo in piazza, con i Gd di Terni e dell’Umbria, sosteniamo la lotta dei lavoratori e dei sindacati uniti – un bel segnale – continueremo fino a quando la fabbrica e la città non saranno fuori pericolo chiusura.
A Terni si parla delle sorti d’Italia. La siderurgia, da Piombino fino a Taranto, è una grande questione e non può essere affrontata a pezzetti. Serve una forte e unitaria volontà nazionale, bisogna evitare il rischio di essere esclusi dal mercato mondiale dell’acciaio.