Occorrono informazione, formazione, sensibilizzazione, innanzitutto, per superare stereotipi di genere e impronta patriarcale della nostra cultura.

Troppo spesso, infatti, le aspettative di prevenzione e lotta contro la violenza di genere si scontrano con una realtà in cui le stesse figure professionali che vengono a contatto con le donne che subiscono violenza non sanno né cosa sia, né come approcciarsi ad essa. Lo sbaglio è credere che della violenza di genere possa parlarne chiunque. Lo sbaglio ancora più grande è pensare che di fronte alla violenza di genere esistano risposte identiche a quelle che possiamo trovare alla violenza in senso lato. Non è così. La violenza di genere è un fenomeno peculiare, la cui comprensione passa necessariamente da un’apposita formazione in materia. Semplicemente perché i fattori che determinano la violenza di genere, sono talmente insiti nella nostra cultura, nella nostra società, nella nostra mentalità, che occorre che ci venga letteralmente insegnato come superarli. Da qui, un primo passo verso la prevenzione è costituito esattamente da un obbligo di formazione per agenti di p.g., magistrat*, avvocat*, assistenti sociali, psicolog*, medici. 

All’interno della rete di prevenzione e lotta alla violenza di genere, un ruolo essenziale è svolto dai centri antiviolenza, che, per legge, devono avere requisiti specifici al fine di essere riconosciuti come tali. Ebbene, la scarsa conoscenza di tali realtà e soprattutto la scarsa attenzione che alcune istituzioni vi rivolgono finiscono per creare un’eccessiva confusione sulle loro competenze, sui fondi da destinare, sullo stesso loro riconoscimento. A volte si parla di ‘centro d’ascolto con funzioni di sportello antiviolenza’, senza che operatori ed operatrici abbiano ricevuto una formazione al riguardo. È molto pericoloso confondere due istituti diversi, con funzioni diverse. I centri antiviolenza sono specializzati nella violenza di genere, i centri d’ascolto non sempre. I controlli sull’effettiva attività svolta dagli uni e dagli altri sono scarsi, per non dire nulli. Basti pensare al fatto che, a due anni dall’approvazione del decreto sul femminicidio, governo e associazioni antiviolenza hanno dati completamente diversi sulla mappa dei centri antiviolenza e case rifugio dislocate sul territorio, nonostante sia uno degli obblighi di legge. Manca un’anagrafe dei centri antiviolenza, che venga periodicamente aggiornata e un lavoro costante sul suo aggiornamento. Vi è sempre di più la necessità di continuare ad investire sia sulla formazione di chi opera nei vari centri sia nella apertura di nuove strutture e sostentamento di quelle esistenti. 

La confusione genera, infatti, su un piano pratico, la sottovalutazione della pericolosità dell’autore della violenza. Tale sottovalutazione non fa scattare il ricorso a misure cautelari idonee. Si sente parlare troppo spesso di mero “ordine di allontanamento” dell’uomo maltrattante dalla casa coniugale e dai luoghi frequentati dalla vittima, ma questo raramente viene rispettato, così come raramente l’uomo che non rispetti le misure cautelari imposte subisce un aggravamento di trattamento: nella maggior parte dei casi è solo il preludio di un femmincidio. Non è un caso che la maggior parte delle donne sia stata uccisa dopo aver denunciato. 

La violenza è un fenomeno trasversale a tutte le classi sociali, etnie e religioni. Non esistono determinismi sociali che rendono gli uomini più o meno violenti. Gli uomini violenti agiscono deliberatamente. 

Il governo e il Partito Democratico hanno portato avanti questa battaglia ma c’è bisogno di un ulteriore sforzo per coniugare sempre di più la formazione di chi opera in questo settore, l’informazione sin dalle scuole, l’ efficienza e l’organicità della disciplina normativa e del lavoro sul territorio di istituzioni ed associazioni.