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Il Decreto Lavoro approvato con voto di fiducia dalla Camera, risultato di un compromesso tra visioni e programmi alternativi della maggioranza a sostegno del Governo Renzi, è stato modificato e peggiorato al Senato in alcune parti strutturalmente più importanti.
Oggi il testo si vota in aula, tornerà poi alla Camera – entro il 19 maggio – con un secondo voto di fiducia su un testo profondamente diverso da quello che ha ricevuto il primo voto di fiducia qualche settimana fa.

Il duo Sacconi-Ichino ha snaturato il compromesso raggiunto alla Camera, e ha svuotato la promessa che indicava nel contratto a tutele crescenti lo strumento di lotta alla precarietà.
Infatti, il cosiddetto contratto a tutele crescenti, sarebbe aggiuntivo al contratto a tempo determinato senza causale appena liberalizzato e aggiuntivo anche alla decina di tipologie di contratti precari già disponibili.
In sostanza si aumenta la discontinuità dei rapporti di lavoro, aumentando l’incertezza dei lavoratori senza nessuna garanzia di assunzione alla fine dei 36 mesi e, non avendo inserito il diritto di precedenza, lasciando alle aziende la possibilità di ricorrere ad altri lavoratori a termine all’infinito.

Ecco le novità del testo approvato in commissione al Senato, oggi al voto in Aula:

acausalità nel tempo determinato prolungata da 12 a 36 mesi; si potranno fare fino a 5 proroghe più i rinnovi, non ci sarà più l’obbligo di stabilizzazione per le aziende che sforano il tetto del 20% di utilizzo dei contratti a termine. Ora si pagherà una sanzione pecuniaria; Il nuovo limite del 20% non si applicherà ai contratti a tempo stipulati dagli enti di ricerca.

I rapporti a termine per attività «esclusiva» di ricerca possono superare i 36 mesi massimi; Regime transitorio: le aziende che superano il tetto del 20% debbono mettersi in regola entro la fine dell’anno. A meno che i contratti nazionali non prevedano tetti più favorevoli;

Solo le aziende con oltre 50 dipendenti (e non più di 30 come previsto dalla Camera) dovranno stabilizzare il 20% dei loro apprendisti per poterne assumere di nuovi; E si riconosce un ruolo sussidiario delle imprese nella formazione (ma solo se l’azienda si dichiara disponibile), obbligando, dall’altro verso, la regione a indicare con precisione sedi e calendario delle attività formative.