I primi dieci giorni della presidenza Trump dipingono un quadro inquietante sotto tutti i punti di vista. In poco più di una settimana Trump ha firmato alcuni memorandum e diversi ordini esecutivi; pensiamo, ad esempio, all’uscita dal Trattato Transpacifico (Tpp), al memorandum anti-aborto, al via libera per la costruzione di alcuni oleodotti, tra cui quello in North Dakota al centro da mesi di numerose proteste, e all’inizio della costruzione di un muro al confine con il Messico. Si tratta di una serie di misure preoccupanti alle quali si aggiunge un ultimo ordine esecutivo per sospendere l’accoglienza dei rifugiati e per limitare l’accesso dei musulmani negli Stati Uniti.

Quest’ultima misura rappresenta un’ allarmante stretta sulle politiche di accoglienza e sull’immigrazione. Il cosiddetto “Muslim ban”, ovvero la sospensione per 90 giorni del visto per coloro che provengono da alcuni paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen ma non Arabia Saudita) è una decisione inaccettabile, arbitraria e scriteriata. Un provvedimento di questo tipo, simile ad un bando verso una religione, non può contrastare il terrorismo che trae invece forza dagli scontri di civiltà, che cementa la propria forza grazie all’idea che l’Occidente osteggi coloro che sono musulmani e si radicalizza ulteriormente.

La sospensione dell’accoglienza dei rifugiati per 120 giorni, d’altro canto, è altrettanto ingiusta perché unisce questioni diverse e mai provate: il terrorismo e l’immigrazione, due argomenti profondamente diversi e da tenere separati.
L’impostazione che Trump sta dando agli Stati Uniti d’America non rispecchia la storia, la natura e i valori della nazione che ha tra i suoi simboli la Statua della Libertá. Gli Stati Uniti sono il risultato di un processo di immigrazione importante, con una storia d’eccezione alle spalle in cui affonda i suoi valori. Un Paese che ha i suoi fondamenti nella Costituzione del 1787, che ha visto nel 1955 Rosa Parks sedersi dove all’epoca non poteva, che ha assistito alle lotte di Martin Luther King per i diritti civili e che oggi, purtroppo, chiude le porte a richiedenti asilo e immigrati.

“Il nostro Paese ha bisogno di confini forti e controlli estremi, ADESSO. Guardate cosa sta succedendo in tutta Europa e anche nel mondo, un caos orribile!” con queste parole Trump ha giustificato i provvedimenti adottati, creando un clima da internazionale populista che non possiamo non condannare fortemente. Noi europei dobbiamo continuare sulla strada della solidarietà, ribaditi negli atti di fondazione dell’Unione Europea, e ricompattandoci con reazioni unitarie più che mai necessarie in questi momenti. La reazione immediata e che ci rappresenta è quella di Federica Mogherini che ha ribadito la politica dell’accoglienza come simbolo di identità, sottolineando come in Europa sia necessaria la costruzione di ponti, non di muri.

Come Giovani Democratici dobbiamo chiederci dove sono le nostre battaglie, quali sono i bisogni a cui dobbiamo rispondere e come lottare di fronte all’avanzata incontrastata di populismi e di conservatorismi miopi, che lasciano indietro troppe questioni e che danno risposte semplicistiche, sbagliate e del tutto insufficienti. I partiti socialisti e socialdemocratici in Europa e nel mondo devono organizzarsi e combattere l’avanzare dei populismi; per farlo essi devono ritrovare la bussola, ritrovare loro stessi, ritrovare un’identità in quei valori come la lotta alle disuguaglianze sociali ed economiche, dare battaglia sui singoli temi con convinzione e nell’interesse di chi si sente più debole e trascurato da un sistema che non riesce a dargli delle risposte.

La Brexit e Trump ci devono insegnare che quando la sinistra non agisce come tale lascia spazio ad altri tipi di risposte, alla destra xenofoba e razzista e ai movimenti populisti. In questo quadro, è sempre più importante e necessaria un’Europa unita e forte per affrontare le sfide che si presentano sullo scacchiere internazionale: a partire dall’America di Trump, passando per la Turchia di Erdogan, che sta assumendo sempre più la fisionomia di uno stato autoritario, arrivando poi alla Russia di Putin e alla sfida economica della Cina.

Per l’Unione Europea è giunto il momento di camminare da sola, non sono ammessi passi falsi.