Diventare madri è più difficile di diventare padri?

Diventare madri è più difficile di diventare padri. Questo è verosimilmente l’assunto che sta alla base della creazione del dipartimento mamme in seno al Partito Democratico. Smentire questo assunto in una società che da poco più di un anno si è liberata con fatica dello strumento delle dimissioni in bianco è un esercizio retorico al limite della stoltezza.

Il piano nazionale della fertilità elaborato dal Ministero della Salute ha evidenziato (in modo alquanto discutibile) come le giovani italiane, che non vedono la loro vita strettamente connessa al ruolo domestico, rinuncino alla maternità o la posticipino di molti anni rispetto alla generazione precedente.

La creazione di un luogo in cui elaborare proposte volte al sostegno di quello che potremmo chiamare un “welfare della maternità” è un’azione sana e importante per un partito che ha l’ambizione di continuare a governare il Paese e ridurre le profonde diseguaglianze che lo lacerano.

La creazione di politiche della famiglia che si allontanino dal bonus bebè e la cui elaborazione possa partire da una genitorialità declinata sulle esigenze di una nuova generazione di mamme è un elemento di analisi politica che le giovani donne di questo partito non possono che vedere con positività. Sarebbe auspicabile che l’analisi di partenza delle esigenze delle madri italiane pin uno spazio ridotta dal dipartimento evolvesse in un contenitore più ampi che, a partire dall’elaborazione effettuata, estendesse il ragionamento anche su una nuova genitorialità, più paritetica e condivisa per valutare quali azioni vadano intraprese per sostenere la natalità, che vede la difficoltà della conciliazione genitorialità/lavoro non solo per le madri ma anche per i padri. Il cammino per diventare un paese “normale” è ancora lungo: sarebbe utile per il più importante partito del centrosinistra dotarsi delle migliori risorse intellettuali per velocizzare questo processo.

Di questo nuovo dipartimento non possiamo però non vedere limiti ed insidie che potrebbero ragionevolmente ostacolare un sano dibattito politico su un aspetto specifico delle politiche di genere, a partire dal nome infelice che ha immediatamente distolto l’attenzione dalle reali potenzialità di questo strumento. Si comprende l’esigenza della semplificazione dettata dalla comunicazione ma è altresì necessario che tale comunicazione non sia controproducente.

C’è possa raggiungere il suo scopo. Il primo e più pericoloso tra questi è l’identificazione della donna con la madre.

La maternità è una parte dell’elaborazione che il nostro partito deve fare sulle politiche di genere, che sono un tema più ampio complesso ed articolato.

Probabilmente le polemiche legate alla creazione stessa del dipartimento sarebbero state minori o inesistenti se negli ultimi anni il partito democratico avesse valorizzato di più i luoghi di discussione femminile, anche per continuare nel prezioso lavoro del Governo nell’attuare delle politiche antidiscriminatorie a sosegno della famiglia.  

Sbaglia quindi il Partito Democratico a liquidare il tema donne con i dipartimenti mamme e pari opportunità (che sono ben altra cosa rispetto alle politiche di genere), sbaglia perché, ancora una volta, rinuncia ad una elaborazione sul ruolo che le donne hanno nella costruzione della società e come questo sia in un momento di forte mutazione. In un Paese che in buona sostanza chiede alle donne di essere uomini nelle situazioni pubbliche, massaie dentro casa, badanti con gli anziani e tutto questo possibilmente sui tacchi e mantenendo un aspetto piacevole, forse lo spazio per un dipartimento politiche di genere lo si doveva trovare.

LA CITTADINANZA È LA STRADA DELL’INCLUSIONE

All’inizio di questa Legislatura, il 15 marzo 2013 è stato presentata alla Camera una proposta di legge relativa all’estensione, a determinate condizioni, della cittadinanza italiana ai giovani nati o cresciuti in Italia da genitori di altra nazionalità. Tale provvedimento, dopo un lungo iter in sede di Commissione e dopo un profondo dibattito alla Camera, è stato approvato in quella sede due anni e mezzo dopo, il 13 ottobre 2015. Da allora giaceva presso la Commissione competente al Senato, per la seconda lettura. Finalmente, ma senza che il lavoro in Commissione fosse completato (soprattutto a causa dell’ostruzionismo della Lega che aveva presentato oltre 7.000 emendamenti), il 15 giugno 2017 – quattro anni dopo – quel testo è arrivato nell’Aula del Senato, dove è iniziato il dibattito parlamentare. Da quel momento la rassegna stampa quotidiana e i social sono invasi da molti commenti e considerazioni che, a mio parere, poco hanno a che vedere con quel provvedimento.

Va fatta chiarezza.

Una cosa è la questione inclusione e cittadinanza per chi da tanti anni già vive in Italia, qui abita regolarmente, qui ha studiato, qui vede il suo futuro.

Altro tema è quello dell’immigrazione che è al centro dell’attenzione pubblica da tempo a causa di una straordinaria (quanto costante) ondata migratoria che riguarda l’Europa e che condizionerà inevitabilmente il suo futuro. Si tratta di un fenomeno complesso da guidare – e non da subire – su cui si innestano e si ricamano dinamiche non sempre virtuose che vanno indirizzate, evitando di cavalcare paura e sospetto. A esso si somma quello della sicurezza e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa, regolate secondo quanto consentito dal Trattato di Schengen. Sono argomenti sensibili per tutti i cittadini, la politica ha il compito di farsene carico e di vigilare affinché non si generi e non si alimenti il seme del razzismo.

Altra questione ancora è quella relativa al terrorismo internazionale, che riguarda negli ultimi tempi soprattutto Paesi con un retaggio coloniale molto diverso dal nostro e con un modello diverso di integrazione come Francia, Gran Bretagna. Germania. Ma nemmeno quest’ambito ha molto a che fare con la proposta di legge che si sta esaminando al Senato.

Il progetto di legge di cui si sta discutendo, infatti, riguarda la possibilità di fare richiesta per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di chi in Italia è nato o qui è quasi sempre vissuto. Ad oggi prevede che, per ottenerla, un giovane debba necessariamente avere un genitore che:

  1. è titolare di un permesso di soggiorno permanente o è soggiornante di lungo periodo nell’Ue (con almeno 5 anni di residenza); 2. possa garantire il mantenimento del nucleo familiare; 3. viva stabilmente in un alloggio idoneo; 4. abbia superato un test di conoscenza della lingua italiana. È il cosiddetto ius soli, cioè il diritto derivante dal fatto che si vive stabilmente in questo territorio. La proposta di legge prevede un’altra strada per ottenere la cittadinanza italiana: essere minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni di età, che abbiano frequentato con esito positivo almeno un ciclo scolastico della durata di cinque anni o un corso di formazione triennale o quadriennale. È il cosiddetto ius culturae, che significa il diritto derivante della cultura, dall’aver vissuto sempre nel nostro contesto culturale e sociale.

Questi elementi ci dicono innanzitutto che non il progetto di legge non introduce alcun automatismo nella concessione della cittadinanza, tramite “ius soli”: infatti, l’ufficiale di stato civile o responsabile del punto nascita deve informare il genitore in possesso dei suddetti requisiti della possibilità di richiedere la cittadinanza per il figlio minorenne entro il compimento della maggiore età. Se ciò avviene il figlio nato in Italia, raggiunta la maggiore età può rinunciare alla cittadinanza italiana entro due anni, se in possesso di altra cittadinanza. Altrimenti se il genitore non l’ha richiesta può richiederla il figlio, raggiunta la maggiore età.

Questo perché la cittadinanza non è un capriccio da soddisfare, ma è la possibilità, su richiesta, del riconoscimento di una realtà già esistente, che riguarda una persona effettivamente già inclusa nella società italiana che di essa si sente parte e pertanto vuole acquisire nei confronti del proprio Paese diritti e doveri. Vale anche per gli italiani “di nascita”: a 18 anni tutti noi diventiamo maggiorenni e con questo diventiamo portatori di onori ed oneri, di nuove responsabilità civili cioè della possibilità di partecipare alla vita pubblica (diritto attivo e passivo), dell’opportunità di concorrere per lavorare nelle istituzioni pubbliche, di accedere al servizio sanitario ecc. ma soprattutto di rispondere al dovere di rendere migliore il nostro Paese. E non va nemmeno dimenticato che il possesso della cittadinanza apre anche a dei “doveri inderogabili di solidarietà” verso i deboli, gli indifesi, gli ultimi. Così è scritto nella prima parte della nostra Costituzione.

Si calcola che in Italia ci siano circa 800mila i giovani che potrebbero richiedere la cittadinanza italiana. Si tratta di ragazzi cresciuti, formati, educati nei valori della democrazia, della libertà, della Repubblica, persone che non hanno quasi vissuto in un altro Paese, che qui si sentono a casa perché qui hanno stretto legami di amicizia e vicinanza, che vedono qui il loro futuro.

È compito della politica non lasciarli nell’invisibilità e nell’incertezza, ma riconoscere che essi appartengono al nostro Paese, sono e si sentono già parte dell’Italia. Non c’è niente da “inventare”, solo da riconoscere formalmente, ufficialmente. Perché se sei e ti senti parte di qualcosa, cresce in te il desiderio e la voglia di prendertene cura, è una corrispondenza biunivoca, reciproca, mutua. Il senso civico è proprio questo: prendersi cura di ciò che è collettivo perché lo senti anche tuo. Questi ragazzi con origini variegate ma una comune vita in Italia vogliono adempiere a tutti i loro doveri di cittadini e acquisire anche tutti i diritti dei cittadini.

E quindi non è solo una legge giusta, secondo 3 italiani su 4. Non è solo una questione di civiltà, secondo la mia parte politica. Non è solo doveroso, secondo chi vive sulla propria pelle questa discriminazione. È anche funzionale, perché l’alternativa è l’esclusione, che non è mai motivo di vantaggio per la collettività. Non per loro, perché tenuti fuori a forza da una società a cui appartengono, non per noi perché siamo privati di una parte importante del tessuto sociale che pure esiste… Escluderli ed emarginali è un errore politico e culturale. La nostra società ha bisogno di coesione sociale e di solidarietà umana. Dare a questi italiani per cultura una prospettiva di riconoscimento come figli legittimi significa tenere aperta la porta dell’inclusione, che è il primo gradino verso una unità del Paese non solo conclamata ma anche costruita. È questo che dà senso alla cittadinanza, è questo il valore della democrazia.

Dal Vangelo secondo #Banksy, il profeta graffitaro che deve restare anonimo.

Ma perché smaniare e rovistare come cinghiali affamati, inseguendo banali dati anagrafici e stupide vocali e consonanti che ci restituirebbero soltanto un nome, inchiodando l’ineffabile Banksy e le sue illuminazioni sul mondo ai semplici pezzi di uomo con una sola età, una sola faccia, un solo corpo e i mille limiti di tutti ? Perché abbattere il mistero con la sua potenza quando invece abbiamo amato proprio il dio invisibile, eppure onnipresente e onnisciente, e sognato per anni di risvegliarci con un inatteso capolavoro folgorante sul muro sotto casa ? Ma davvero si vuole imporre un nome, un indirizzo civico, una presunta biografia di fidanzatine liceali, piatti e squadra preferiti, una misura di piedi e certamente una buona dose di etichette e banalità a un artista e profeta che pratica il linguaggio e predica il credo più universali possibili ? L’arte eretica di Banksy é infatti una santa religione, chiaramente protestante, in cui il graffitaro senza nome é insieme pastore e vescovo e dio, i suoi fedeli chiunque alzi gli occhi mentre cammina per strada, la sua santa messa é la spregiudicata messa in scena e l’irriverente messa alla berlina dei problemi e paure di oggi. Eppure, senza l’obbligo di confessione che tanto ogni muro illuminato é già biografia di ogni nazione e analisi di ogni delitto, e senza una qualsiasi faccia sopra la tunica a cui rendere grazie se non l’arte in sé, o da maledire se non la nostra, il mondo dei suoi miracoli é già pieno: é la moltiplicazione dei pani marci e dei pesci morti, quindi una catena, anzi una croce, di gattini, fucili, madonne, sbirri, palloncini, ratti, profughi, colombe, televisori, bambini e paradisi decisamente artificiali in mezzo alla catastrofe. D’altronde il senso della contraddizione è il segno della croce che ci serve all’ingresso di questa messa solitaria e che ci libera all’uscita, così il muro che di per sé é brutto e violento e non dovrebbe essere né bello né utile se non a chiudere, delimitare o imprigionare, con Banksy diventa opera d’arte e libera pagina bianca del suo Vangelo. E contraddittori e religiosissimi sono infatti gli splendidi paesaggi sotto cieli azzurrissimi immaginati con sacrilega fantasia e disegnati di nascosto sull’infinito e violento muro scuro anch’esso del pianto, come tutti i muri, tra Cisgiordania e Israele, e così i palloncini rossi che volteggiano lieti e lucenti, unici elementi colorati, tra gli scheletri fumanti di ex palazzi ed ex strade della Siria. In una di queste artistiche omelie ci sono una bambina e un bambino volanti poiché entrambi aggrappati a un rosso lampioncino di carta, si guardano e forse si amano, levitando sopra le loro case bombardate e le loro vite che non ci sono più. Sembrano un po’ i teneri e svolazzanti amanti di Chagall, un po’ i protagonisti del film pixar Up, ma sono solo le lacrime di una smisurata preghiera. C’é anche l’ Italia nel pirotecnico ed eretico pellegrinaggio illegale di Banksy che ci inchioda alle visioni che non vorremmo vedere e alle colpe che non vorremmo provare, con un muro del centro di Napoli-Gomorra ad ospitare una Madonna con la pistola, d’altronde proprio lì e non altrove Malammore ha baciato il crocefisso prima di giustiziare una bambina, nel violento incesto di sacro e profano. E poi i carrelli strapieni di cose da comprare, le perquisizioni violente, gli scancellatori di sogni, i soldati, le dame con le maschere antigas e le persone-topi e altre mille accuse e zero scuse: impossibile difendersi dal Banksy senza volto che predica a sorpresa e ci scaglia addosso le nostre stesse cattive novelle, i muri non fanno solo la cruda e straniante cronaca del Male che riteniamo banalmente sempre altrove, ma sembrano quasi proiettare e snudare le nostre coscienze e quelle non puoi né deriderle né arrestarle. È una religione senza griffe ma perfettamente legata al marketing, così radicale nel taglio e messaggio e particolareggiata nella descrizione ma trasversale e globale, i suoi disegni come moderne parabole che parlano a tutti, d’altronde la sua Dismaland, eccezionale uscita dai muri e tetro luna park a base di rottami e degrado con tanto di castello delle fiabe in rovina, è un Inferno che non stentiamo a riconoscere. Eppure non c’è niente di commerciale, se non altro perché l’anonimo profeta non vuole vendere o dare nulla, ma al massimo togliere. Le certezze e il respiro. La sua arte di strada e notturna si muove per beffardo contrasto: i muri squarciati da oasi e paradisi, Topolino e il Clown del McDonald che scortano una bimba disperata, una tigre che scappa da una gabbia a forma di codice a (s)barre e la Morte inquietante gondoliera disegnata al pelo d’acqua verdognolo di un fiume-discarica. Infatti l’inquinamento globale, con probabile disappunto di Trump, il turbo consumismo e il violento disordine costituito sono i veri mostri disintegrati dalle tanto colorate quanto beffarde messe anonime di un cardinale di cui non vogliamo sapere niente, per non farlo smettere, per non fargli male e per non imparare a disprezzarlo o a dimenticarlo perché di colpo rivelatosi uomo. E quindi un imputato a cui subito dare patenti, vomitare critiche etiche ed estetiche, contestando una sopraggiunta normalità fatta di ambizioni personali e parzialità presunte, in un planetario processo con la massa che, improvvisamente ammutinata dalla messa, si fa volentieri giuria popolare e magari plotone di esecuzione per colui che quindi non era dio ma un ragazzetto, un avido artista che provocava sporcando muri. Preferiamo quindi continuare a farci aggredire, commuovere, indignare, sconvolgere, forse svegliare e magari convertire da questa religiosa arte anonima di capolavori stranianti e strane prediche capovolte. Rigorosamente dal Vangelo secondo Banksy. E quindi di nessuno e di chiunque, anche nostro.