Il prossimo 26 maggio saremo chiamati al voto per eleggere i deputati che andranno a comporre il Parlamento Europeo, il risultato elettorale influenzerà anche l’elezione del Presidente della Commissione Europea. Ma la sfida che ci attende è molto più grande, mette in discussione il futuro dell’integrazione europea e, soprattutto, esige una risposta progressista all’alleanza internazionale della destra nazional-populista.

Avvertiamo anche noi il dovere contribuire alla costruzione di una proposta politica che rivendichi la tutela degli esseri umani di cui l’UE costituisce la frontiera più avanzata e che miri a superare le grandi contraddizioni che pure hanno attraversato e indeboliscono l’Unione e gli europei, siano essi cittadini di uno Stato membro o persone che tentano di superarne i confini.

Protezione non può significare protezione dei confini ma protezione delle persone, dei loro diritti civili e sociali.

Sicurezza può essere solo inclusione e moltiplicazione delle opportunità per i cittadini.

Nemici sono leader autoritari come Orban e Salvini che, pronti alla gogna quotidiana per l’avversario e all’inquinamento delle notizie, rappresentano una minaccia per la democrazia e lo Stato di diritto.

Nemica è l’austerity che ha governato l’Unione.

Non sono nemici i migranti, non è nemico un percorso di integrazione europea lungo settant’anni.

La sovranità restituita alle nazioni è un illusione che non dà alle persone più potere di incidere sulle decisioni dei governi, solo la cessione di sovranità ad organismi internazionali può consentire alle persone di essere democraticamente rappresentate in ogni livello di governo e di potere.

L’Unione si presenta oggi come prima potenza industriale e primo soggetto esportatore al mondo, esistono però scomode verità sull’Europa: quasi un terzo dei bambini che abitano l’Unione è povero o rischia di diventarlo, milioni di coetanei non riescono a trovare un’occupazione, metà degli adulti ritiene che la nostra generazione avrà una vita peggiore della loro.

Dev’essere qui che si alimenta la fondata percezione che il mondo e l’Europa manchino di equità: tra Paesi e classi sociali o quelle che un tempo avremmo definito classi sociali.

Qui nasce la nostra sfida per costruire un europeismo che non può essere per noi un ideale autonomo, scorporato da un’internazionale ambizione socialista, cieco davanti alle contraddizioni dell’UE e del mondo in cui viviamo.

In un mondo che cambia alla velocità dell’intelligenza artificiale, è ancora il lavoro la nostra priorità: la prima lotta che ci unisce è quella per l’abolizione del lavoro non retribuito; il lavoro, sia esso un tirocinio, uno stage, un tirocinio formativo, si paga sempre.

A questa si accompagna un’altra battaglia, quella da condurre contro il lavoro povero, perché si può lavorare ed essere poveri, soprattutto alla nostra età. E allora, come nelle proposte dei giovani socialisti europei, dobbiamo batterci per l’adozione di un salario orario minimo legale, armonizzato a livello europeo ed esteso a tutte le forme contrattuali in cui si disarticola il mercato del lavoro.

Occorre costruire una risposta alla necessità di un sindacato europeo dei lavoratori che lotti per un mercato del lavoro equo a partire dall’eliminazione delle disparità di diritti e di retribuzione che attraversano gli Stati membri.

Vi è una priorità complementare alla creazione di occupazione ed alla tutela dei lavoratori: quella dell’implementazione di strumenti di protezione ed inclusione sociale come può essere l’Indennità di Disoccupazione Europea.

Superata la stagione dell’austerity, a bilanci pubblici equilibrati che non scarichino sul futuro il peso di un presente ingombrante e, come vediamo nel nostro Paese, irresponsabile, occorre accompagnare investimenti pubblici in sostenibilità e in occupazione.

Occorre chiudere nel passato la gestione europea delle crisi dei debiti sovrani, dei programmi di intervento che in Grecia, Portogallo, a Cipro, hanno ingiustamente scaricato il risanamento del Bilancio dello Stato o la ricapitalizzazione bancaria sul mondo del lavoro e sugli elementi più fragili dell’economia, invece che sulla ricchezza.

Secondo l’ultimo rapporto dell’IPPC, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5°C entro il 2040, toccando la soglia prevista dall’Accordo di Parigi per la fine del secolo.

Agli insufficienti piani nazionali d’azione presentati nel corso della Conferenza sul clima, proprio l’Unione Europea può e deve accompagnare una strategia per la riduzione delle emissioni di gas effetto serra, per abbandonare il carbone come fonte dei consumi energetici, per aumentare la superficie forestale globale, per realizzare, e pensiamo al grande impatto in termini di sicurezza e occupazione che questo avrebbe in tante aree del territorio italiano, un piano di messa in sicurezza del territorio contro il dissesto idrogeologico.

Allo stesso modo, alla pretesa di revisione del sistema di Dublino e all’applicazione dell’articolo 80 del TFUE, se quello che chiediamo è il governo del fenomeno migratorio secondo principi di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità, dobbiamo pretendere dall’Unione l’ambizione di accompagnare il tentativo delle Nazioni unite per un Global compact con un impegno d’avanguardia ed una strategia europea di governo delle migrazioni che prenda il via con l’implementazione, già tardiva, di un sistema di gestione delle domande di asilo centralizzato a livello europeo.

Ai bisogni delle nostre generazioni, bisogno di lavoro, di opportunità, di servizi, di protezione sociale se ne accompagnano almeno due altrettanto importanti anche se immateriali, il bisogno di equità ed il bisogno di giustizia.

Soltanto in sede europea ed internazionale è possibile contrastare l’evasione e l’elusione fiscale dei grandi gruppi multinazionali, pretendiamo che i profitti sottratti alla tassazione e nascosti in paradisi fiscali anche nel cuore dell’Unione siano recuperati e che si dia attuazione al principio di tassazione alla fonte per il quale i redditi e la ricchezza si tassano dove sono prodotti e non dove conviene.

È l’Unione Europea a dover realizzare un piano di redistribuzione della ricchezza, i singoli Stati non potrebbero riuscirci in modo efficace e completo nel grande mondo globalizzato.

Democratica, sostenibile, sociale, l’Europa che vogliamo non lascerà indietro nessuno. E non basteranno i muri a fermarla. Non basteranno nostalgici egoismi ad interrompere la nostra lotta.