All’inizio di questa Legislatura, il 15 marzo 2013 è stato presentata alla Camera una proposta di legge relativa all’estensione, a determinate condizioni, della cittadinanza italiana ai giovani nati o cresciuti in Italia da genitori di altra nazionalità. Tale provvedimento, dopo un lungo iter in sede di Commissione e dopo un profondo dibattito alla Camera, è stato approvato in quella sede due anni e mezzo dopo, il 13 ottobre 2015. Da allora giaceva presso la Commissione competente al Senato, per la seconda lettura. Finalmente, ma senza che il lavoro in Commissione fosse completato (soprattutto a causa dell’ostruzionismo della Lega che aveva presentato oltre 7.000 emendamenti), il 15 giugno 2017 – quattro anni dopo – quel testo è arrivato nell’Aula del Senato, dove è iniziato il dibattito parlamentare. Da quel momento la rassegna stampa quotidiana e i social sono invasi da molti commenti e considerazioni che, a mio parere, poco hanno a che vedere con quel provvedimento.

Va fatta chiarezza.

Una cosa è la questione inclusione e cittadinanza per chi da tanti anni già vive in Italia, qui abita regolarmente, qui ha studiato, qui vede il suo futuro.

Altro tema è quello dell’immigrazione che è al centro dell’attenzione pubblica da tempo a causa di una straordinaria (quanto costante) ondata migratoria che riguarda l’Europa e che condizionerà inevitabilmente il suo futuro. Si tratta di un fenomeno complesso da guidare – e non da subire – su cui si innestano e si ricamano dinamiche non sempre virtuose che vanno indirizzate, evitando di cavalcare paura e sospetto. A esso si somma quello della sicurezza e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa, regolate secondo quanto consentito dal Trattato di Schengen. Sono argomenti sensibili per tutti i cittadini, la politica ha il compito di farsene carico e di vigilare affinché non si generi e non si alimenti il seme del razzismo.

Altra questione ancora è quella relativa al terrorismo internazionale, che riguarda negli ultimi tempi soprattutto Paesi con un retaggio coloniale molto diverso dal nostro e con un modello diverso di integrazione come Francia, Gran Bretagna. Germania. Ma nemmeno quest’ambito ha molto a che fare con la proposta di legge che si sta esaminando al Senato.

Il progetto di legge di cui si sta discutendo, infatti, riguarda la possibilità di fare richiesta per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di chi in Italia è nato o qui è quasi sempre vissuto. Ad oggi prevede che, per ottenerla, un giovane debba necessariamente avere un genitore che:

  1. è titolare di un permesso di soggiorno permanente o è soggiornante di lungo periodo nell’Ue (con almeno 5 anni di residenza); 2. possa garantire il mantenimento del nucleo familiare; 3. viva stabilmente in un alloggio idoneo; 4. abbia superato un test di conoscenza della lingua italiana. È il cosiddetto ius soli, cioè il diritto derivante dal fatto che si vive stabilmente in questo territorio. La proposta di legge prevede un’altra strada per ottenere la cittadinanza italiana: essere minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni di età, che abbiano frequentato con esito positivo almeno un ciclo scolastico della durata di cinque anni o un corso di formazione triennale o quadriennale. È il cosiddetto ius culturae, che significa il diritto derivante della cultura, dall’aver vissuto sempre nel nostro contesto culturale e sociale.

Questi elementi ci dicono innanzitutto che non il progetto di legge non introduce alcun automatismo nella concessione della cittadinanza, tramite “ius soli”: infatti, l’ufficiale di stato civile o responsabile del punto nascita deve informare il genitore in possesso dei suddetti requisiti della possibilità di richiedere la cittadinanza per il figlio minorenne entro il compimento della maggiore età. Se ciò avviene il figlio nato in Italia, raggiunta la maggiore età può rinunciare alla cittadinanza italiana entro due anni, se in possesso di altra cittadinanza. Altrimenti se il genitore non l’ha richiesta può richiederla il figlio, raggiunta la maggiore età.

Questo perché la cittadinanza non è un capriccio da soddisfare, ma è la possibilità, su richiesta, del riconoscimento di una realtà già esistente, che riguarda una persona effettivamente già inclusa nella società italiana che di essa si sente parte e pertanto vuole acquisire nei confronti del proprio Paese diritti e doveri. Vale anche per gli italiani “di nascita”: a 18 anni tutti noi diventiamo maggiorenni e con questo diventiamo portatori di onori ed oneri, di nuove responsabilità civili cioè della possibilità di partecipare alla vita pubblica (diritto attivo e passivo), dell’opportunità di concorrere per lavorare nelle istituzioni pubbliche, di accedere al servizio sanitario ecc. ma soprattutto di rispondere al dovere di rendere migliore il nostro Paese. E non va nemmeno dimenticato che il possesso della cittadinanza apre anche a dei “doveri inderogabili di solidarietà” verso i deboli, gli indifesi, gli ultimi. Così è scritto nella prima parte della nostra Costituzione.

Si calcola che in Italia ci siano circa 800mila i giovani che potrebbero richiedere la cittadinanza italiana. Si tratta di ragazzi cresciuti, formati, educati nei valori della democrazia, della libertà, della Repubblica, persone che non hanno quasi vissuto in un altro Paese, che qui si sentono a casa perché qui hanno stretto legami di amicizia e vicinanza, che vedono qui il loro futuro.

È compito della politica non lasciarli nell’invisibilità e nell’incertezza, ma riconoscere che essi appartengono al nostro Paese, sono e si sentono già parte dell’Italia. Non c’è niente da “inventare”, solo da riconoscere formalmente, ufficialmente. Perché se sei e ti senti parte di qualcosa, cresce in te il desiderio e la voglia di prendertene cura, è una corrispondenza biunivoca, reciproca, mutua. Il senso civico è proprio questo: prendersi cura di ciò che è collettivo perché lo senti anche tuo. Questi ragazzi con origini variegate ma una comune vita in Italia vogliono adempiere a tutti i loro doveri di cittadini e acquisire anche tutti i diritti dei cittadini.

E quindi non è solo una legge giusta, secondo 3 italiani su 4. Non è solo una questione di civiltà, secondo la mia parte politica. Non è solo doveroso, secondo chi vive sulla propria pelle questa discriminazione. È anche funzionale, perché l’alternativa è l’esclusione, che non è mai motivo di vantaggio per la collettività. Non per loro, perché tenuti fuori a forza da una società a cui appartengono, non per noi perché siamo privati di una parte importante del tessuto sociale che pure esiste… Escluderli ed emarginali è un errore politico e culturale. La nostra società ha bisogno di coesione sociale e di solidarietà umana. Dare a questi italiani per cultura una prospettiva di riconoscimento come figli legittimi significa tenere aperta la porta dell’inclusione, che è il primo gradino verso una unità del Paese non solo conclamata ma anche costruita. È questo che dà senso alla cittadinanza, è questo il valore della democrazia.