Anche in un mondo che vede nuove potenze emergere e forze storiche andare in crisi, le elezioni americane rappresentano il passaggio di consegne di maggiore importanza.

Otto anni fa, gli Stati Uniti si preparavano a un appuntamento con la Storia. Un Paese spaventato dalla crisi economica, segnato dagli errori della guerra al terrorismo portata su scala globale, preda di conflitti sociali profondi, accettava la sfida del cambiamento che gli veniva proposta da un giovane avvocato afroamoericano. L’audacia della speranza incarnata da Barack Obama riusciva ad entusiasmare e coinvolgere milioni di giovani e meno giovani e a vincere la prova del governo degli USA, in uno dei periodi più difficili della storia contemporanea, puntando su politiche di investimento ed anticicliche, sull’innovazione e lo sviluppo sostenibile, su politiche sociali e di integrazione.

Otto anni dopo, notiamo un Paese per molti versi stanco e risentito. Donald Trump ha alimentato lungo tutta la campagna elettorale gli istinti più retrivi e dato rappresentanza all’America peggiore, quella della prevaricazione del più forte, dell’indifferenza verso gli ultimi e dell’odio verso il diverso. L’America di Trump è quella del rancore verso chi negli States cerca un futuro migliore, è quella della sfiducia nel futuro della white working class vittima dalla crisi economica e a cui il Partito Democratico non riesce più a dare speranza. Arriva pertanto a conclusione una campagna elettorale caratterizzata come poche da insulti, accuse, denunce, e scarsamente sentita e partecipata dalle giovani generazioni, che in Bernie Sanders avevano incontrato la proposta più convicente e radicale di cambiamento.

Sono tanti, inoltre, i punti di contatto tra la situazione politica e sociale statunitense e quella europea. Anche nel Vecchio Continente, infatti, riprendono vigore e consensi i movimenti populisti e di estrema destra, in grado di parlare bene alla paura e al disincanto di larghe fasce di popolazione, davanti alle lentezze del processo di integrazione europea, all’egoismo degli interessi nazionali e all’incapacità della sinistra di assicurare rappresentanza ai ceti popolari e rinnovare la cassetta degli attrezzi del governo. In questo senso, il voto in USA non è che una prima tappa, forse la più importante, della competizione contro le destre, che presto andranno a misurarsi amche nei turni elettorali di importanti Stati dell’UE.

È per questo che le elezioni americane rivestono un significato globale e per noi dirimente. È per questo che sono una battaglia che non si può perdere. È per questo che domani notte saremo nelle sezioni, nei circoli culturali, nelle nostre case a seguire gli spogli, a discutere degli Stati conquistati e persi, a fare la conta della maggioranza al Congresso, a sperare che Hillary Clinton sia il prossimo Presidente degli Stati Uniti, la prima Presidente donna, e che dall’America un messaggio progressivo continui ad essere lanciato al mondo.