Il decreto legislativo n. 185, entrato in vigore lo scorso 8 ottobre, ha modificato in maniera sostanziale il lavoro accessorio, meglio conosciuto come “sistema dei buoni lavoro o voucher”.

Il correttivo ha introdotto, infatti, la tracciabilità dei voucher: con le nuove regole, gli imprenditori e i professionisti sono tenuti a comunicare almeno 60 minuti precedenti l’inizio della prestazione i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore/della lavoratrice, il luogo, il giorno, l’ora di inizio e quella di fine della prestazione. Con imprenditori si intendono sia quelli non agricoli che quelli agricoli, considerando, però, che per questi ultimi la disciplina è leggermente diversa. Tralasciando i dettagli tecnici e operativi di tale nuova metodologia di attivazione dei buoni lavori (la cui disciplina è contenuta nella circolare n. 1 del 17/10/2016 del nuovo Ispettorato Nazionale del Lavoro – INL), non possiamo che accogliere con entusiasmo una disposizione capace di porre dei limiti fondamentali all’abuso che si è fatto di questi strumenti. Dispositivi che hanno a che fare con l’emersione del lavoro nero, ma non debbono in nessun modo diventare un veicolo di maggiore precarietà nel nostro mercato del lavoro.

I dati ci aiutano a capire meglio le dimensioni di un fenomeno che, da tempo, come Giovani Democratici abbiamo denunciato, definendolo la “nuova frontiera del precariato”: l’osservatorio INPS, aggiornato al primo semestre del 2016, ha segnalato che dal 2008 al 30 giugno 2016 sono stati venduti ben 347 milioni di voucher, con un tasso di crescita del 66% tra il 2014 e il 2015, cui va aggiunto un ulteriore +40% tra i primi sei mesi del 2015 e i primi sei mesi del 2016. Oltre a questo, ecco un’ulteriore serie di dati complementari: in primo luogo, l’Istituto ha stimato che i lavoratori retribuiti in tale maniera hanno incassato, in media, meno di 500 euro l’anno; in seconda istanza, si è passati dai 25 mila “voucheristi” di otto anni fa al milione e 380 mila del 2015, con un’ età media 36 anni e con netta prevalenza del sesso femminile; infine, è interessante anche la lettura della “tipologia dei voucheristi”: 8% appena pensionati (specie in attività agricole); 14% soggetti mai occupati (per lo più giovani ventenni, il 60% donne, il 30% voucherista di ritorno); 18% percettori di Aspi, mini Aspi o Naspi (37 anni in media, per lo più maschi); 29% occupati presso aziende private con contratti a tempo indeterminato full e part-time; il 46% ha contratti a termine (soprattutto giovani); 23% silenti, ex occupati (età media 37 anni e donne nel 57% dei casi); 8% altri occupati (40 anni di media, lavoratori domestici, parasubordinati, operai agricoli, lavoratori autonomi, casse professionali, dipendenti pubblici).

Dati che fanno riflettere e che dimostrano come il lavoro accessorio fosse (e sia) il segnale “iceberg” di un’attività sommersa di dimensioni maggiori di quella emersa: una dinamica che deriva, senza dubbio, da quella che è stata l’evoluzione dei buoni lavoro.

Nati nel 2003, con il decreto legislativo n. 276, per contrastare il fenomeno del lavoro nero in determinati ambiti (piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa la assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con handicap; insegnamento privato supplementare; piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti; realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli; collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà) e destinati a specifiche tipologie di soggetti (disoccupati da oltre un anno; casalinghe, studenti e pensionati; disabili e soggetti in comunità di recupero; lavoratori extracomunitari, regolarmente soggiornanti in Italia, nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro), nel 2012, con l’entrata in vigore della legge n.92 (“Riforma Fornero”), cambiarono totalmente faccia: vennero meno, infatti, sia gli ambiti di utilizzo sia i profili dei prestatori, facendo sì che l’utilizzo dei voucher divenisse possibile sempre e ovunque, stanti solo alcune limitazioni economiche (“[…]Per prestazioni di lavoro accessorio si intendono attività lavorative di natura meramente occasionale che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare […]Fermo restando il limite complessivo di 5.000 euro nel corso di un anno solare, nei confronti dei committenti imprenditori commerciali o professionisti, le attività lavorative di cui al presente comma possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro […]” – art. 1, c.32 – l. 92/2012).

A tutto questo ha fatto seguito il decreto legislativo n. 81 del 2015 che ha innalzato i limiti economici e che ha inserito alcune variazioni tecnico-operative in materia di acquisto e attivazione: noi GD non abbiamo potuto che prendere le distanze rispetto a quanto previsto dall’art. 48 del suddetto decreto che, ha aumentato la soglia economica per i percettori, ha permesso di fatto l’aumento del ricorso di questo strumento, creando ulteriori e ipremesse per il suo abuso.

Ad ogni modo, come Giovani Democratici, riteniamo che la tracciabilità dei buoni lavoro possa essere un buon inizio per fare sì che il lavoro accessorio torni a essere una vera e propria prestazione lavorativa non continuativa, cessando così di rappresentare una valida ed elusiva alternativa ai tradizionali rapporti di lavoro.

A nostro parere però, se anche tale novità dovesse non bastare per arginare il fenomeno, sarà necessario ricominciare a parlare di settori di applicazione e tipologie di lavoratori che possano essere impiegati con i buoni lavoro.

Tutto questo, comunque, non deve farci perdere di vista quelli che sono i veri obiettivi per rendere il mercato del lavoro più legale, aperto e inclusivo, specie nei confronti delle c.d. “fasce deboli” (giovani, donne, over 40 che hanno perso il proprio lavoro etc…): riduzione del costo del lavoro e sistemi di incentivazione e sgravio che siano, quanto più possibile, strutturali.

Proprio per questo apprezziamo il fatto che la riforma in materia di lavoro accessorio sia entrata in vigore negli stessi giorni in cui, durante la discussione della prossima Legge di Stabilità 2017, si sta parlando sia di manovre che dovranno incentivare l’ingresso di giovani che hanno fatto stage o tirocini formativi nell’azienda, rafforzando quell’alternanza scuola-lavoro derivata dalla combinazione dei contenuti della riforma del lavoro (D.lgs. 81/2015) e della “Buona Scuola” (l. 107/2015), sia di incentivi per le assunzioni nel Sud Italia (anche se, per precisione, tale intervento non sarà contenuto nella Stabilità).

Il tutto, ovviamente, in attesa del 2018, anno in cui, come annunciato dal Governo, prenderà vita la riforma dell’IRPEF e il taglio strutturale del cuneo previdenziale e contributivo.

Non esiste però il solo lavoro subordinato e, come Giovani Democratici, vogliamo ribadire la necessità di procedere in maniera spedita in materia di autonomi, portando a compimento l’iter del DDL n.2233 approvato in Commissione Lavoro del Senato lo scorso 27 luglio: un vero e proprio statuto dei lavoratori autonomi che, oltre a dare maggiori certezze in termini di pagamento e di modalità di conclusione dei contratti, introduce tutele previdenziali e dà maggiori possibilità per sostenere le spese per la formazione, rendendole deducibili dal reddito.

Una manovra che anni fa avevamo pensato e proposto e che, ancora oggi, reputiamo essere importante per tante e tanti giovani professionisti che non possono essere abbandonati a loro stessi: rispetto a questo, è evidente che l’approvazione di quella legge sarà un solo primo passo e che, insieme ad essa, dovrà essere presa in considerazione la possibilità di intervenire in materia di accesso al credito.

Considerando che tantissime altre sarebbero le cose da dire e analizzare, appare evidente come il mondo del lavoro sia in continua evoluzione: noi GD saremo vigili rispetto a tutto ciò, coadiuvando il lavoro del Partito e del Governo e portando le istanze di una generazione che non può vivere sotto l’ombra di un precariato fatto di voucher, di “lavoretti” in nero, di un utilizzo completamente errato del tirocinio o di camuffamenti di rapporti di lavoro subordinati per tramite di fittizie collaborazioni con partita IVA.

Oggi abbiamo avuto la forza e il coraggio di tracciare i voucher, dando maggiore chiarezza a un ambito che era divenuto troppo nebuloso e ingiusto, ma non possiamo dimenticare che la nostra generazione ha bisogno di risposte forti di fronte alle grandi sfide dell’oggi e del domani. Nel mondo del lavoro e non solo.